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I brevetti sono motore di innovazione: a dirlo sono sia i centri di ricerca, che chi li valuta in Europa e negli Stati Uniti. Ma in Italia siamo indietro nella loro diffusione

“Spesso i ricercatori non sanno bene cosa devono fare nel momento in cui ottengono un buon risultato”, ha detto Arata. “Per questo cerchiamo di aiutarli a presentare le domande di brevetto. Succede troppo spesso che i singoli scienziati o i centri di ricerca perdano i propri soldi perché non sanno come brevettare o come sfruttare le proprie idee.” Il processo di applicazione infatti può essere molto costoso, anche se dal 2008 esiste un accordo tra l'European Patent Office (EPO) e l'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM) che permette ai ricercatori di risparmiare molto. “I brevetti italiani possono oggi essere sottoposti ad esame da parte dell'EPO”, ha infatti spiegato Stefano Fanni dell'ufficio europeo. “Il risultato della valutazione è corredato da un rapporto di ricerca contenente un'opinione scritta sull'application: se questo è positivo il costo di brevettazione è sostenuto dall'UIBM”. Un incentivo per i ricercatori italiani, dunque. Ma come si fa ad ottenere un parere positivo? Quali sono i criteri di applicazione in Europa? “Sono brevettabili le invenzioni innovative ben descritte tecnicamente, in cui sia identificabile l'attività umana, che abbiano applicazioni industriali e che non vadano contro la morale, come i procedimenti di clonazione o di modifica dei geni umani”, ha spiegato Fanni. “In poche parole possono essere brevettati prodotti o loro diversi usi, apparati tecnologici, processi. Ma non scoperte, teorie, metodi matematici, software.” Quest'ultimo punto, ad esempio, segna una differenza con i brevetti statunitensi: “Noi permettiamo di fare richiesta di software patents, ma solo se hanno un'applicazione specifica, altrimenti – ha spiegato Minna Moezie dell'US Patent and Trademark Office – si tratta di idee. E le idee non si brevettano.” I criteri per l'applicazione sono diversi, ma seguono la logica. È la relatrice statunitense a sintetizzarli: “I brevetti devono avere un'utilità specifica, e ciò vuol dire che non si può brevettare un farmaco che cura tutte le malattie, ma solo uno che ne cura qualcuna; devono avere un'utilità sostanziale, che significa che chi applica deve avere chiaro a cosa serve e saperlo spiegare; e infine devono avere un'utilità credibile. Che vuol dire? Semplice, vuol dire che nessuno potrà mai brevettare la macchina del moto perpetuo.” Ma se si chiede quale sia la funzione dei brevetti e perché sia così importante promuoverne la maggiore diffusione in Italia, è Stefano Fanni a rispondere. “Sono il motore di quello che viene chiamato ciclo dell'innovazione. I ricercatori producono nuove idee, che se sono veramente buone devono entrare nell'uso quotidiano. Se poi queste producono conoscenza accessibile agli altri, possono aiutare lo sviluppo di ulteriori buone idee”, ha detto. “Sono proprio i brevetti che permettono la circolazione delle conoscenze, perché quando si presenta un'applicazione, dopo un primo periodo di segretezza, tutto diventa pubblico e a disposizione di chi è interessato, salvo che poi il monopolio commerciale lo detiene chi possiede il brevetto. Ma in ogni caso, è così che il ciclo può ricominciare.” La sfida italiana è proprio questa. “Bisogna far capire ai ricercatori che la brevettazione non è qualcosa di burocratico, ma uno stimolo alla ricerca”, ha spiegato Arata. Anche perché “all'interno di queste patents ci sono veramente delle ottime idee, da far circolare”, e su questo i relatori sono tutti d'accordo.
 

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