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La scienza al servizio dei diritti umani. Quando il satellite ferma gli abusi

Quando si parla di paladini dei diritti umani, non si pensa certo agli scienziati. Perché spesso, il loro è un lavoro dietro le quinte: “Anonimo, spesso ripetitivo – precisa Marcello Flores, docente di Storia contemporanea e Storia comparata alla facoltà di Lettere dell’Università di Siena, dove dirige anche il Master in Human Rights and Humanitarian Action – per questo gli scienziati devono anche imparare a comunicare bene. Perché spesso il racconto ben fatto di un singolo caso raccoglie più consenso che non un elenco statistico di violazioni”. Il primo passo, dunque, è saper trasmettere i propri risultati. Secondo comandamento, essere consapevoli del potere della scienza. E del suo lato oscuro. I diritti umani, infatti, come premette Marcello Flores, “si sono affermati come difesa dal potere, da tutti i poteri: religiosi, economici e così via”. Ma la scienza stessa, spiega Massimo Germani (che dirige il Network italiano per i rifugiati), “ha un potere enorme. E la psicoanalisi da sempre sa bene come ogni individuo, così come ogni collettività – e anche la scienza – ha un lato luminoso e un lato oscuro. Noi dobbiamo conoscere questo lato oscuro. Perché gli scienziati possono essere non al servizio dei diritti umani, ma al servizio dell’oppressione. Dove c’è un grande potere, infatti, tanto più è probabile che il lato oscuro emerga. E riflettere su questo è molto importante”. Quel che è certo, è che l’impegno della comunità scientifica su questi temi è crescente. Ma cosa c’entreranno mai le nuove tecnologie con i diritti umani? La spiegazione la dà Lars Bromley. Che per le Nazioni Unite monitora via satellite le aree dove avvengono violazioni e abusi. Perché dove non possono entrare gli osservatori, penetra l’occhio del satellite. Che fotografa. E denuncia. “Pensiamo ad aree come il Darfur – spiega Bromley - i satelliti permettono di avere prove, una documentazione di genocidi o violazioni dei diritti fondamentali. Le immagini riprese dal satellite forniscono informazioni importanti per iniziare campagne di protesta. Ma anche per fare pressione sui governi”. Quando si parla di satelliti, si intendono “sensori scientifici, non apparecchi militari. Che producono immagini dettagliatissime, con una risoluzione di 50 centimetri ”. La foto, dunque, è un’informazione obiettiva, e legale. Ci sono però degli ostacoli: “Quando ci sono le nuvole, per esempio. E poi, molte violazioni dei diritti umani sono personali: si tratta di eventi troppo piccoli per essere percepiti da un satellite”. Cosa vede, allora, l’occhio del satellite? “Case distrutte, per esempio. O incendiate. Mi viene in mente il caso di una città dello Zimbawe – ricorda Bromley – il governo prima delle elezioni aveva raso al suolo con i bulldozer una città per eliminare i votanti. Questa immagine ora viene usata dai tribunali per dimostrare le violazioni. Oppure, il caso del Kurdistan: lì ci sono state sommosse etniche, e molte abitazioni sono state distrutte. Le case, in particolare, erano senza i tetti. Ecco, con le foto noi possiamo arrivare a dire che sono state bruciate”. Il satellite come prova, dunque. Ma non solo: anche come deterrente:La gente così sa che qualcuno li protegge dall’alto, e a volte manda messaggi. Ma anche i governi vengono influenzati. Noi collaboriamo con Amnesty International. E diffondendo l’informazione che stiamo monitorando una certa zona, per esempio il Darfur, il governo può intimorirsi e smettere di distruggere”. Il dibattito, in sala, si accende. Chi chiede se sia possibile monitorare eventuali abusi che avvengono sui barconi dei clandestini, chi si scandalizza del costo esorbitante delle foto satellitari: un’immagine, infatti, vale duemila euro. La strada è ancora lunga, ammette Bromley: “Ci vorrebbe un sistema connesso e integrato perché tutti gli operatori possano vedere le stesse immagini. E fondi immensi per affrontare tutte le violazioni dei diritti umani: è difficile, infatti, stabilire delle priorità”. Un passo avanti per sanare le ferite lasciate da guerre e traumi, arriva dalla psicanalisi. Massimo Germani, infatti, è impegnato nell’assistenza alle vittime di tortura. “Io mi occupo di traumi estremi, conseguenze che sull’essere umano provocano traumi ripetuti e continuativi che portano ad alterazioni delle strutture profonde della psiche. Alterazioni che a volte annullano l’identità dell’essere umano. Nel nostro centro, a Roma, vengono afgani, curdi, turchi, congolesi. Ogni anno abbiamo 150 nuovi casi di vittime di tortura. Il sistema paese, infatti, deve prevedere degli spazi pubblici per trattare queste patologie: oggi abbiamo solo 10 centri in tutta Italia”. Le conseguenze dei traumi estremi, infatti, sono specifiche. E diverse, nella loro tragicità, da persona a persona. “È come se avessimo due case rotte, all’esterno apparentemente uguali. Ecco, un ingegnere entrerebbe dentro la casa, e osserverebbe che se in una casa le strutture portanti sono state distrutte, nell’altra invece c’è ancora qualcosa da aggiustare. Da questa metafora si coglie che in certi casi ci sono alterazioni profonde delle strutture psichiche: della memoria e delle strutture associative. Il trauma, infatti, va in profondità. E mina la fiducia che una persona si è costruita con fatica fin dalla nascita, scoperchiando un vaso di Pandora. Così, escono fuori tutte le nostre angosce arcaiche, e la nostra identità va in frantumi. E anche i ricordi si fanno frammentati, incoerenti. E questo va tenuto presente, quando una persona fa richiesta di asilo politico”.